Perché chiamare una scuola “Casa del Possibile”?
Forse perché c’è una frase che, crescendo, impariamo a pronunciare troppo facilmente: “Io sono fatto così.”
La diciamo dei nostri figli: è timido, è agitato, non è portato, non sa stare davanti agli altri.
Ma la diciamo anche di noi: non so ballare, non sono creativo, sono negato per la musica, mi vergogno, ormai alla mia età…
E senza accorgercene una descrizione può diventare una definizione. Una definizione può diventare una maschera. E una maschera, alla fine, può diventare una piccola gabbia.
La Casa del Possibile nasce anche dal desiderio di lasciare aperta quella gabbia.
Non perché crediamo che tutti possano diventare qualsiasi cosa. Ma perché crediamo che ciò che siamo oggi non dica ancora tutto di ciò che possiamo diventare.
Un bambino non è ciò che abbiamo già visto di lui
Un bambino arriva con quello che sa già fare, ma soprattutto con moltissimo che ancora non conosce di sé.
Eppure può sentirsi già definito: quello timido, quella che non balla, quello che non riesce a stare fermo, quella che non sa disegnare.
A volte queste parole arrivano proprio dagli adulti. Altre volte nascono dal confronto con gli altri. E piano piano il bambino può cominciare a pensare: io sono questo.
L’esperienza artistica può aprire una crepa in quella certezza.
Non dicendogli: puoi fare tutto.
Dicendogli qualcosa di molto più concreto: puoi provare.
Puoi entrare in scena anche se hai paura. Puoi mettere un segno sul foglio anche se pensi di non saper disegnare. Puoi cercare un movimento anche se il tuo corpo ti sembra impacciato. Puoi provare una musica, una voce, un personaggio, un gesto che ancora non conosci.
E magari scopri che quella definizione che avevi di te era semplicemente troppo piccola.
E noi adulti?
Anche noi possiamo arrivare alla Casa del Possibile portandoci dietro le nostre definizioni.
Solo che spesso le indossiamo da così tanti anni che non ci accorgiamo più di averle.
Per questo la Casa è anche per gli adulti: per chi viene a fare un corso, per chi entra a vedere uno spettacolo, per chi partecipa a un laboratorio o incontra semplicemente qualcosa che non conosceva.
Non ci interessa dire agli adulti che devono continuamente “migliorarsi”.
Ci interessa qualcosa di diverso: rimettersi nella condizione di poter scoprire.
A quaranta, sessanta o ottant’anni possiamo ancora incontrare un linguaggio che non conoscevamo, muovere il corpo diversamente, salire su un palcoscenico, disegnare, ascoltare, cambiare uno sguardo, sorprenderci di una nostra reazione. Anche da adulti non siamo necessariamente arrivati alla nostra forma definitiva.
Provare. Sbagliare. Provare ancora.
Forse è proprio qui che l’arte ha qualcosa di prezioso da insegnarci.
Perché nell’arte non riuscire subito è normale.
Un attore prova una scena e non funziona. La rifà. Cambia un’azione. Prova un’altra strada. Sbaglia ancora.
Un danzatore cerca un movimento, lo ripete, lo modifica.
Un musicista torna sullo stesso passaggio.
Chi disegna traccia un segno, lo guarda, lo cambia, qualche volta ricomincia.
Provare. Sbagliare. Guardare cosa è successo. Cambiare qualcosa. Provare ancora.
Non è il tratto di strada che bisogna sopportare prima di arrivare al lavoro vero.
È il lavoro vero.
L’arte non ci chiede continuamente: hai raggiunto il risultato?
Ci chiede: che cosa hai scoperto provando?
E allora anche l’errore cambia significato.
Non è più soltanto la prova che non sono capace. Diventa qualcosa che ci parla: questa strada non ha funzionato, questo gesto non produce quello che cercavo, questa soluzione non basta.
E adesso?
È da quella domanda che ricomincia la ricerca.
Non un esecutore, ma un ricercatore
Questa forse è una delle cose che vorremmo si potessero sperimentare dentro la Casa del Possibile: imparare a stare nel mondo un po’ più come ricercatori e un po’ meno come persone obbligate ad avere subito la risposta giusta.
È quasi controcorrente.
Viviamo circondati da risultati.
Vediamo il disegno finito, lo spettacolo finito, il corpo capace, la fotografia riuscita, la prestazione migliore. Vediamo molto meno le prove sbagliate, le idee abbandonate, le esitazioni, i tentativi, le ore passate senza sapere ancora come fare. L’arte, invece, ci costringe a tornare nel processo.
Ci insegna a restare abbastanza a lungo dentro una domanda da permettere a qualcosa di nuovo di comparire.
E oggi sappiamo anche che questa immagine di un essere umano non definitivamente “fatto” non appartiene soltanto alla pedagogia o all’arte. Le neuroscienze descrivono il cervello come un sistema dinamico, capace di modificarsi in relazione all’esperienza, all’apprendimento, all’attività e all’ambiente lungo tutto l’arco della vita. (PubMed)
Non significa che possiamo diventare qualsiasi cosa né che non esistano limiti. Significa però che esperienza e ambiente continuano a partecipare a ciò che diventiamo.
E poi c’è la Casa
È qui che il nome prende anche un significato molto concreto.
Avere una Casa permette alle possibilità di incontrarsi.
Un bambino può arrivare per fare danza e incontrare il teatro. Un adulto può entrare per vedere uno spettacolo e scoprire un laboratorio che non avrebbe mai immaginato di frequentare. Un ragazzo può attraversare linguaggi diversi negli anni. Un artista può portarci qualcosa che ancora non conosciamo.
Scuole, associazioni e persone della città possono entrare e far nascere incontri che oggi non siamo ancora capaci di prevedere.
Non vogliamo sapere in anticipo tutto quello che succederà qui.
Vorremmo costruire le condizioni perché qualcosa possa succedere.
Allora, che cos’è “il possibile”?
Non significa:
puoi diventare qualunque cosa.
Significa qualcosa di più piccolo e, forse, molto più radicale:
Ciò che siamo oggi non esaurisce ciò che possiamo diventare.
Vale per un bambino convinto di essere “quello timido”.
Vale per un adulto che da trent’anni dice: io non sono creativo.
Vale per chi prova e sbaglia.
Vale per chi prova ancora.
Vale per chi cambia strada.
E vale anche per questa Casa.
A settembre tornerà a riempirsi di bambini, ragazzi, adulti, famiglie e artisti.
Vorremmo che chi entra non trovasse soltanto un corso da frequentare o uno spettacolo da vedere.
Vorremmo che, qualche volta, uscendo potesse pensare:
“Non sapevo che avrei potuto.”
È per questo che l’abbiamo chiamata Casa del Possibile.