PEDAGOGIA E CRESCITA
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ott
2026
Corso o percorso?
Di che cosa ha fame un essere umano?
Le altre cose. Cioè l’arte.
È una conversazione che, in forme diverse, abbiamo sentito molte volte. Ed è comprensibile: le giornate sono piene, i costi aumentano, bisogna scegliere.Ma perché, quando scegliamo, l’arte ci sembra così facilmente sacrificabile?
Forse perché continuiamo a considerarla qualcosa che arricchisce la vita, ma soltanto dopo aver sistemato tutto ciò che davvero “serve”.
E se non fosse così?
I due tipi di fame
Laurens van der Post raccontava che tra i Boscimani del Kalahari si parlava di due tipi di fame.
Una è quella evidente: la fame dello stomaco.L’altra è più silenziosa: fame di significato, relazione, appartenenza, bellezza, scoperta.
Il bisogno di sentire che la propria vita non è soltanto una successione di cose da fare.
La prima si fa sentire immediatamente. La seconda può restare nascosta.E proprio per questo rischiamo di dimenticarla.
Ci preoccupiamo, giustamente, che un bambino mangi bene, si muova, impari, acquisisca strumenti utili.
Ma che cosa nutre la sua immaginazione?
Il bisogno di esprimersi?
La capacità di stare con gli altri e di sentirsi parte di qualcosa?
“Gli piace” o “gli fa bene”?
Se un bambino fa sport diciamo facilmente:«Gli fa bene.»
Se fa danza, teatro, musica o arti grafiche diciamo più spesso:«Gli piace.»
Sembra una differenza piccola.Non lo è.
“Gli piace” suona facoltativo.“Gli fa bene” suona necessario.
Forse dovremmo cominciare a chiederci se anche un’esperienza artistica appartenga a ciò che fa bene alla crescita.Non perché debba necessariamente migliorare qualcos’altro, ma perché coinvolge parti fondamentali dell’essere umano.
Quattro linguaggi
Con la danza una bambina impara a sentire il proprio corpo nello spazio e insieme agli altri.
Con la musica un bambino scopre che non esiste soltanto il proprio suono: deve ascoltare, aspettare, entrare in un tempo comune.
Attraverso il teatro un gruppo dà forma insieme a qualcosa che prima non esisteva.
Nelle arti grafiche un segno può diventare immagine, racconto, possibilità.
Sono linguaggi diversi, ma tutti mettono la persona in relazione: con sé, con gli altri, con il corpo, con il tempo, con la materia, con l’immaginazione.
Corso o percorso?
Per questo, a Il Paracadute di Icaro, la parola percorso ci interessa più della parola corso.
Un corso può far pensare a qualcosa che si acquista: un’ora alla settimana, un insegnante, una disciplina.
Un percorso ha bisogno di tempo.Un bambino può entrare in un gruppo e metterci settimane prima di sentirsi davvero dentro.
Può attraversare entusiasmo, resistenza, fatica, sorpresa.
Può scoprire qualcosa che non sapeva di avere.
Non ci interessa soltanto che impari una tecnica.Ci interessa che cosa gli accade mentre la attraversa.
Un nutrimento ha bisogno di tempo.
Un percorso artistico non produce sempre un risultato immediatamente visibile.Ha bisogno di cura, continuità, relazione.
Un bambino può diventare più capace di ascoltare senza che esista un voto per misurarlo.
Può sentirsi finalmente parte di qualcosa senza ricevere un attestato.Può scoprire una voce, un gesto, un’immagine, un modo di stare con gli altri che prima non conosceva.
Sono cose piccole?
Non ne siamo così sicuri.
E gli adulti?
Quella fame non finisce con l’infanzia.
Anche un adulto può avere bisogno di smettere, per un po’, di essere soltanto quello che lavora, organizza, risolve.
Può aver bisogno di muoversi, suonare, disegnare, guardare uno spettacolo, incontrare una storia.
Non necessariamente per diventare artista.Per tornare a sentire.
Allora, cosa togliamo?
Torniamo alla conversazione iniziale.Qualcosa bisogna scegliere. È vero.
Non possiamo fare tutto.Ma forse la domanda non dovrebbe essere soltanto:«Quale attività è meno utile?»
Forse potremmo chiederci:
«Quali parti di mio figlio sto cercando di nutrire?»
Il corpo.La mente.Le competenze.